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UMNCV su tutela e benessere del cavallo: opinioni a confronto.

Come esposto nel documento presentato da ANMVI in collaborazione con la SIVE e approvato
dalla FNOVI (professione Veterinaria n 26/2006) ,il cavallo riveste ruoli singolari e importanti per
la società moderna nonostante il suo status non sia altrettanto adeguato e confacente alle necessità
tanto per la tutela animale che per le attività umane e l’etica dei comportamenti
nell’addomesticamento.
Procedendo per ordine è opportuno chiarire alcuni punti che non sembrano altrettanto ovvi e
scontati così come all’apparenza e che dovrebbero essere presi in debita considerazione
particolarmente in sede FNOVI.
La mancanza all’interno del dibattito della prospettiva veterinaria sollevata dal documento non è del
tutto rispondente alla realtà così come testimoniato anche dalla legge regionale E.R n.5 -17/02/05
Norme a tutela del benessere animale ; non che vari progetti di legge a livello parlamentare di
passate legislature su tutela equini frutto dell’opera congiunta di autorevoli ed accademiche
commissioni tecniche,e di un tavolo tecnico articolato tra società scientifiche veterinarie .
Si deve quindi intendere una prospettiva medico veterinaria adeguata al caso,accettabile e
condivisibile.
Tutela e benessere
La legge 20 luglio 2004 , n.189 ,disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli
animali,inserito nel Titolo IX-BIS – Dei delitti contro il sentimento per gli animali, comprende
forse anche i cavalli ,ma all’Art.3. ( art.19- ter. leggi speciali in materia di animali) troviamo che
dette disposizioni non si applicano ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia,pesca,di
allevamento,di trasporto,macellazione, di sperimentazione scientifica ,attività circense ecc.,oltre che
alle manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalle regioni competenti.
Secondo lo status attuale,il cavallo,sembrerebbe più rientrare in questo articolo(allevamentotrasporto
-macellazione-manifestazioni storiche) che non nella ratio legis ,nonostante sia fatta anche
menzione ,all’Art.544-ter., all’uso di sostanze stupefacenti o vietate ovvero a trattamenti che
procurino un danno alla salute degli stessi animali. Ciò potrebbe coincidere col concetto di doping
ma,se le gli abusi e i casi di illeciti sportivi nel cavallo rientrassero di fatto in detta norma ,
dovrebbero essere riscontrabili le relative ed automatiche applicazioni di legge.
Altra considerazione opportuna è relativa al concetto di benessere animale. Le origini di questo
controverso aspetto di welfare nell’addomesticamento animale si possono rintracciare già a partire
dal Brambell Committee del 1965 e nella Convenzione europea sulla protezione degli animali da
allevamento adottata a Strasburgo il 10 marzo del 1974 ,così come per le “cinque libertà “ a cui fa
riferimento il Farm Animal Welfare Council britannico nel 1992.
Di fatto si tratta di un criterio antropocentrico per identificare scientificamente le condizioni
ottimali di produzioni animali che differisce alquanto dal concetto di salute riferito dall’OMS e
abbozzato anche in veterinaria .Infatti ,così come da più parti ricordato nel mondo scientifico ,un
animale in condizioni ottimali di benessere animale non è necessariamente un soggetto che vive
bene o che goda di buona salute.
Possiamo forse considerare sano un cavallo atleta perfettamente performante ma affetto da
stereotipia o da gastrite e ulcera gastrica per mal adattamento ambientale?
Se dovessimo considerare le cinque libertà quali effettivi parametri per il benessere animale solo i
primi tre punti potrebbero in qualche modo considerarsi soddisfatti nelle attuali condizioni di
allevamento equino,non potendo di fatto i cavalli addomesticati esprimere un protocollo
comportamentale naturale(relazione -alimentazione ecc.) ne tanto meno considerarli esenti da paura
e stress.
Allo stato attuale per quanto riguarda il benessere animale della specie equina mancano inoltre i
parametri su cui strutturare coerentemente detto criterio,essendo il trasporto,la macellazione,e le
misure dei box (vedi regolamento veterinario FISE 2006) del tutto insufficienti non solo per
inquadrare il concetto nelle attuali condizioni di allevamento, ma anche per renderlo adeguato e
applicabile secondo i suoi stessi principi.
Quindi le terapie mirate di cui si fa menzione nel documento sono da considerarsi misure sanitarie
adatte a stabilire quelle condizioni cliniche ottimali per la produzione di lavoro e non
necessariamente per garantire la salute animale. Questa apparente sfumatura del concetto di cura
conteso tra la salute e il “benessere animale” è opportuno che venga considerata seriamente da
parte della deontologia veterinaria in questo contesto e in questo momento così delicato dei
mutamenti e del dibattito ,piuttosto che inserito arbitrariamente in questo piuttosto che in quel
criterio.
Trattamento farmacologico del cavallo atleta
Comparare l’attività sportiva in campo veterinario con quella dell’uomo specie per ciò che riguarda
la piena consapevolezza animale e il conseguente libero arbitrio potrebbe risultare inadeguato non
solo sul piano etologico. Se agli animali fosse riconosciuta questa prerogativa tipicamente umana
tutto il dibattito bioetico in campo animale sarebbe ben diversamente articolato così come per il
loro status giuridico .
Ciò non toglie che proprio per questa responsabilità di amministrare un bene della natura(morale e
civile)l’uomo deve porsi con atteggiamento critico e cosciente nei confronti dell’addomesticamento.
A chi se non al veterinario spetta stabilire quali interventi sanitari porre in essere in caso di
patologie e sofferenze animali,stabilire percorsi terapeutici,stabilire l’idoneità sportiva dei
cavalli,riconoscere e garantirne lo stato di salute e il benessere animale?
Certo sussiste anche una volontà politica a sottrarre pratiche pertinenti tipicamente alla
veterinaria(vedi anagrafe equina) ma è poco probabile che queste specifiche attività possano ,se non
altro per la competenza e professionalità che richiedono,essere espletate da altri.
Trattamento farmacologico e doping
Se il dibattito sul doping e la relativa ricerca di responsabilità ,piuttosto che di capri espiatori e
conseguente implicazione veterinaria, è in parte riconducibile alla tipica caccia alle streghe dei
media , non è comunque indicato disconoscere il ruolo e responsabilità che il veterinario può avere
proprio in virtù del distinguo tra trattamento farmacologico a scopo terapeutico e doping.
È ovvio che il trattamento terapeutico veterinario sia un imprescindibile principio per garantire la
salute e il benessere animale ma proprio per il valore che ricopre deve essere amministrato con tutte
le precauzioni che le implicazioni del caso comportano.
Nel documento viene fatto esplicito riferimento proprio all’età media più lunga dei cavalli atleti e
alle patologie croniche per spiegare il motivo di una diffusa medicalizzazione. Queste condizioni
richiedono cure assai complesse e che spesso prevedono proprio la soppressione di sintomi
funzionali, alterati dal carattere di cronicità delle malattie ed dall’età ,per garantire una piena
disponibilità fisica piuttosto che la reale guarigione che,nel caso delle patologie croniche ,è per
definizione improbabile.
Alla luce di queste considerazioni appare più che mai indicato riflettere sull’uso delle regole e delle
norme che devono tutelare l’integrità psico fisica degli animali così come gli interessi umani.
Sembra quindi troppo semplicistico ricondurre il doping animale alle sole sostanze non
terapeutiche,potendo ,in realtà, molti farmaci influenzare le condizioni atletiche degli animali.
Così come non è possibile se non imprudente affidarsi esclusivamente al principio dell’assistenza e
prescrizione veterinaria quale garanzia assoluta per una gestione corretta della medicalizzazione
animale secondo i presupposti attuali .
Quale debba essere il criterio adeguato per far conciliare le cure necessarie degli animali e l’etica
dei comportamenti non è sicuramente materia semplice essendoci implicazioni assai complesse
tanto in campo animale che in quello umano e con forti condizionamenti economici.
Il paradosso delle regole
Sicuramente le possibilità offerte oggi dai metodi analitici e dalle tecniche di laboratorio
consentono di rilevare adeguatamente i livelli di sostanze identificate tali da indurre a considerare
applicabile il criterio di dose farmacologica attiva rispetto alla tolleranza zero .
Ciò ha però due ordini di problematiche,una pratica tecnicamente risolvibile e una etica più
controversa.
Tecnicamente per adottare il criterio di dose farmacologica attiva è necessario identificare per ogni
molecola considerata a scopo terapeutico la soglia di attività e i tempi di metabolizzazione con
notevole dispendio di mezzi e ricerche senza per altro risolvere il problema della variabilità
individuale e secondo le differenti condizioni cliniche ,così come quello dell’uso di farmaco
umano ,in deroga di prescrizione per uso improprio, pur largamente usato nella clinica in ippiatria.
I malintesi circa la permissività sembrano dunque pesare più sul piano scientifico che non su quello
politico – opinionista che ,per quanto pesanti,finiscono per perdersi nella loro inconsistenza
demagogica.
Il paradosso espresso nel documento si riferisce dunque alla necessità di abbreviare i tempi di
recupero dopo terapia (convalescenza) al fine di ridurre le perdite economiche.
Ovviamente questo principio è fondamentale e importante nel contesto produttivo e nel principio di
benessere animale ,ma non può assolutamente rappresentare né l’unica e valida motivazione né l’ago
della bilancia per allargare le maglie del controllo e legittimare il potenziale abuso del farmaco a cui
troppo spesso si deve assistere in conseguenza al mal uso delle risorse animali specie per gli equini.
Se il regolamento antidoping ha la finalità di tutelate sia la salute che il benessere animale attraverso
l’impegno e il coinvolgimento di tutte le figure professionali ,è necessario non solo conservare
ancora per un po’ il criterio di tolleranza zero ma soprattutto incrementare ed investire risorse sul
principio della prevenzione ancora troppo poco considerata e applicata in ippiatria. Ciò con
beneficio per la tutela animale ,che sicuramente non abbonda, per la professione veterinaria e tutto
l’indotto ippico -equestre che si trovano ad affrontare problemi seri di ricerca , di occupazione ,di
professionalità e spazi di mercato.
Proposte per il legislatore
La prima e fondamentale considerazione è cosa si voglia realmente tutelare attraverso norme e
regole .Essendo in questo caso le implicazioni molto articolate è chiaro che un punto obiettivo tra
tutela animale e interessi umani è assai difficoltoso.
Così le regole saranno intenzionalmente diverse a seconda che il principio da preservare sia
l’assoluta regolarità della prova e l’interesse umano,piuttosto che l’attività sanitaria e
commercializzazione del farmaco veterinario ,o la tutela animale. Essendo però il principio in
questione il benessere animale, comprensivo di tutte le implicazioni di cui sopra, ed essendo questo
praticamente tuttora inespresso e carente per ciò che riguarda i suoi parametri , appare evidente
quanto ben più complesso sia il problema.
Stiamo stabilendo le regole del gioco senza considerare che tipo di carte usare?
Il tentativo di una netta distinzione tra sofisticazione della prova agonistica e cura delle patologie
animali è un percorso assai accidentato , pericoloso e che necessita di semplificazioni e non
ulteriori e molteplici variabili capaci di annacquare ulteriormente il problema giustificandolo con il
discutibile principio del diritto di cura animale al fine dello sfruttamento.
La classe veterinaria ha un ruolo fondamentale in quanto depositario della conoscenza in campo
animale ,con possibilità di mediare tra le istituzioni e la pubblica opinione oltre che tra morale ed
etica.
Già per questa semplice considerazione e per l’importanza che essa riveste nel contesto attuale della
professione pubblica e privata e indispensabile operare non solo secondo scienza e coscienza ma
anche con consapevolezza.
Il legislatore deve essere adeguatamente informato su tutte le implicazioni del caso al fine di evitare
,dopo lunghe e laboriose vicissitudini,di legittimare norme che garantiscano comportamenti ambigui
nel tentativo di risolvere in modo semplicistico ed estemporaneo problematiche contingenti e
comportamenti umani(quali le necessità di trattamenti farmacologici-sistemi di allevamento-domalavoro-)
secondo esclusivi e discutibili criteri di economicità. Tale discutibilità non deve essere però
intesa in senso moralistico o animalista e strumentalizzata di conseguenza,ma deve essere
compresa e indirizzata verso il criterio di prevenzione che non solo è tra i fondamenti della
medicina ma anche alla base della selezione genetica e di ogni criterio di economicità produttiva .

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